Se all'inutile domanda "ma perché è tornato a scrivere sul blog?", qualcuno di voi avesse risposto "si vede che non ha più un lavoro e ora non sa più cosa fare", beh, avrebbe indovinato. Ma questo non deve farvi sentire meglio del sottoscritto, perché se adesso mi state leggendo, vuol dire che voi siete messi peggio di me.
Ad ogni modo le cose stanno proprio così, e adesso che non ho più un lavoro - non perché mi hanno licenziato, ma perché la società dove lavoravo è esplosa - mi ritrovo con un mucchio di tempo libero al quale non ero abituato. Il mio problema, uno dei tanti, è che io detesto il tempo libero. Quando ce l'ho mi riprometto di trovare un sacco di cose interessanti e costruttive da fare, ma poi l'ansia mi attanaglia e finisco sempre per sprecarlo nel cercare un modo di riempirlo. Mi piacerebbe avere il coraggio di spendere lunghe ore a discutere di politica, o a leggere la mia rivista preferita, Treni & Treni, ma il farlo non mi farebbe sentire più acculturato e perciò alla fine cedo alla tentazione di trovare un nuovo lavoro. Di questi tempi però non è per niente facile, e soprattutto non credevo che la gente avesse ancora il coraggio di propormi dei deprimenti stage. Tutto ciò è molto umiliante.
Direttore: ho letto il suo cv, è molto interessante
Snaporaz: sa, ultimamente ho lavorato per una casa di produzione..
Direttore: noi stiamo cercando una persona da inserire in redazione, per la nostra rivista di viaggi
Snaporaz: rivista di viaggi? interessante, e i viaggi sono spesati dall'editore?
Direttore: i viaggi sono totalmente a carico dello stagista.
Snaporaz: stagista?
Direttore: stagista, stagista. Non mi dica che pensava di venire qui, fare un colloquio e, che so, essere assunto?!
Snaporaz: beh, ecco, io
Direttore (rivolgendosi ridendo ai dipendenti nell'altra stanza): ehi ragazzi, qui ce n'è un altro che vorrebbe essere pagato!
Un tipo, sui 40, in fondo alla stanza si rivolge a Snaporaz: "ragazzo, dovevi pensarci prima di iscriverti a Scienze della Comunicazione"
Il problema però non è tanto Scienze della Comunicazione, il vero problema è che io mi ero abituato troppo bene nell'ultimo anno. Avevo trovato un lavoro interessante dove venivo dignitosamente pagato, avevo due settimana di ferie l'anno, e soprattutto non avevo a mia disposizione neanche un minuto di pericoloso tempo libero. Una vera pacchia, il massimo a cui aspirare.
Un giorno, in ufficio:
Collega: ehi Snaporaz, pausa caffè?
Snaporaz: non vedi che sto lavorando?
Collega: dovresti staccare ogni tanto, ti farebbe bene
Snaporaz: (senza alzare gli occhi dal monitor) sei pazzo? sentirei l'immenso vuoto che c'è
Collega: quale vuoto?
Snaporaz: quello cosmico
Collega: ci prendiamo una birra nel week end allora?
Snaporaz (cliccando in modo compulsivo col mouse): pregherò per la tua anima, amico mio
Il collega si alza scuotendo la testa e scende a prendersi un caffè al distributore. Quando torna, dieci minuti più tardi, trova la sedia di Snaporaz vuota. Chiede agli altri, e uno gli risponde che è scappato via all'improvviso, come una scheggia. Il collega si avvicina allora al computer di Snaporaz, e sullo schermo legge: Treni & Treni cerca stagisti da inserire nella sua redazione. I viaggi in treno NON sono a carico dello stagista.
Non so dire come sono capitato sul mio blog. Forse inconsciamente, come quando non sai più che carte giocare e allora provi a ripescare qualche cimelio del tuo glorioso passato. Glorioso per te e alcuni altri, ovvio. Un po' come quando all'improvviso prendi ed esci per andare a vedere, dopo anni, se la tua scuola materna esiste ancora. O se nel chioschetto davanti al quale hai dato il tuo primo bacio lavora lo stesso tizio di 10 anni fa. E magari lui c'è ancora, con qualche capello in meno, qualche altro più lungo per il riporto, e magari espone la stessa placca dei gelati Algida degli anni 90. Riconosci questo tizio, e anche se non sai niente di lui e lui niente di te, all'improvviso senti che lui potrebbe essere l'ultimo superstite di un epoca che non c'è più, l'ultimo custode di un segreto che è diventato tale perché non è rimasto nessun altro a ricordarsene. Tentennando ti avvicini, e pensi che dovresti parlargli e dirgli: "ehi ciao, ti ricordi di me? Un pomeriggio di quasi dieci anni fa io ero qui davanti al tuo chioschetto insieme a.." e nella sperenza che lui sia veramente il custode, non concluderesti la frase, "com'è che si chiamava..". Lui, se è davvero chi pensi, dovrebbe concluderla per te: "Margot. Calippo o steccalecca?”.
Non ricordo come sono capitato sul mio blog, e tanto meno come ho fatto a ricordarmi la password per entrare. Ho notato che l'ultimo post risale al capodanno di quasi due anni fa. Forse dovrei aspettare ancora un po'. O forse no. Forse dovrei fare come Troisi, e trovare subito tre cose da cui ricominciare. Una dovrebbe essere il blog. Rimagono solo due posti, o anche meno.
ventuno : quarantotto. Marta e Federico erano diretti nei pressi di via Manzoni. Nonostante fossero in macchina già da un bel pezzo si trovavano ancora a una distanza tale da fare innervosire Federico. Marta alla guida della sua Punto verde non sembrava pensare a niente di tutto ciò. Lei stava semplicemente guidando.
I due erano dalle parti del quartiere Tuscolano, e dopo pochi minuti Federico disse seccato che era veramente tardi, e che gli altri probabilmente a quell’ora si erano già messi a tavola. Oltre i finestrini della loro auto case buie e illuminate, gente di corsa e altre macchina in coda.
Dopo un paio di curve
La sua ragazza prese una strada in contromano per una decina di metri. Era talmente concentrata sulla manovra che non badò al portone del numero ventiquattro dal quale passò davanti. Federico fece per voltarsi: “Ehi non è che..”, ma Marta lo interruppe senza neppure dargli retta. Era concentrata altrove.
ventitrè : quarantacinque L’ufficio era già chiuso da parecchie ore, e la guardia notturna incaricata della sorveglianza in quel momento stava parlottando con un suo collega qualche metro più in là. Levate le chiavi dalla tasca, Lorenzo entrò di corsa sollevato di non dover dare spiegazioni. A passo svelto raggiunse il piccolo ingresso antistante al suo ufficio, aprì il frigorifero e afferrò due bottiglie di birra. Mentre usciva salutò con un cenno la guardia, che riconosciutolo ricambiò con un impercettibile movimento della testa e un mezzo sorriso. Voltandosi dopo una decina di passi, Lorenzo guardò indietro quel posto con l’aria un po’ triste di chi saluta con un addio.
Tornato alla sua macchina mise in moto e guidò svelto fino al numero ventiquattro di via Labicana. Su lo aspettavano, anche se Lorenzo si era assentato solo per una ventina di minuti. Spense il motore, girò del tutto le chiavi e le estrasse dal cruscotto. Ora che l’autoradio si spense sentì un freddo improvviso e pungente. Fu allora che lo colse l’impressione di avere sbagliato indirizzo.
ventitrè : quarantanove Luca, Andrea e Matteo stavano facendo già un gran casino e le loro voci erano talmente sovrane da rendere impercettibile qualsiasi altro suono nella casa. Tutte le stanze erano ingombre di persone, alcune delle quali non s’erano mai viste prima. Infatti, la camera da letto di Daniela era invasa di cappotti, di sciarpe e borse. Ora che erano arrivati anche Max e Diego la festa era praticamente al completo. Sul tavolo giacevano i resti della sontuosa cena che la padrona di casa e la sua migliore amica avevano preparato con tanto impegno e concentrazione. La serata s’approssimava al tradizionale conto alla rovescia e i calici s’erano già ripetutamente riempiti e vuotati. Tra gli ospiti c’era chi si mostrava già pronto per le romanticherie di rito, o chi si dava da fare per gli ultimi ritocchi scenografici del caso. Mentre poi i più trasgressivi erano concentrati come bambini in gita sui lampi dei petardi che i propri rivenditori di fiducia avevano loro promesso. Era proprio una festa come si deve, con ragazze impeccabili e irriducibili della playstation, con spumanti aperti da ore e vassoi di portata ancora mezzi pieni.
Lorenzo aveva finalmente raggiunto il portone. L’operazione gli era costata non poca fatica, a causa di una vecchia Punto Verde che aveva parcheggiato in seconda fila proprio all’altezza del suo sportello. Era una vita che non risaliva le scale fino al quarto piano di quel vecchio condominio al numero ventiquattro.





